25/08/2008
ever

Hello, I've waited here for you, everlong
Tonight, I throw myself into and out of the red, out of her head she sang
And I wonder when I sing along with you if everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again
The only thing I'll ever ask of you
You've got to promise not to stop when I say when
foo fighters, everlong.
Noi possiamo essere piccoli e adulti assieme. Possiamo voler rispondere “Si!” e poi, semplicemente, farlo. Come se venisse naturale, quasi fosse logico.
Quel giorno ci siamo incontrati di fronte all’interspar. “Mi accompagni a comprare la zucca? Ho voglia di risotto con la zucca.” Io sono venuta a comprare la zucca con te, certo, con piacere. Eri la mia notte di natale da due settimane quando ti hanno comunicato, dalla sede di Roma della banca nazionale, “Tra un mese lei parte, Stefani, sarà il nostro ambasciatore in Canada, a Vancouver. Accetta?” Domande retoriche figlie del progresso. Dio come le odio.
Mi hai salutata con un sorriso e hai indicato le mie scarpe. “Quanto sono… rosse.” E io ho riso, ho riso perché non posso farci nulla, sai sempre come lasciarmi senza parole, anche se, te lo devo dire, tu parli troppo.
“Già rosse.” Tutto questo, ho pensato, tutto questo non significherà proprio nulla tra un mese. Come mai adesso sembra maledettamente importante che tu l’abbia detto?
“Stai proprio bene così.”
Cosa vuoi che sia, ho pensato, per un vestito preso in saldo da zara e delle scarpe rosse in prestito a mia madre. “Grazie.” Mi è mancato il fiato, Stefani, per dirti quello che pensavo. Che anche tu stavi bene così, immobile, di fronte a me, il mio sabato del villaggio, nessun bacio, non abbiamo mai fatto l’amore, mai, io e te. Non mi hai mai vista socchiudere gli occhi appena mentre mi sfili la gonna, che sibilando sgualcisce ai nostri piedi, e per un attimo abbiamo tutti e due come l’impressione che io non l’abbia mai avuta addosso, che ci si conosca da sempre, che questo qui, buio e tattile, sia il nostro elemento naturale.
“Entriamo?” e mi hai messo una mano sulla spalla. La mia consistenza ti fa paura, ho imparato a capirlo perché mi tocchi con il contagocce e anche quando capita pare, appunto, capitare e basta. Non essere importante. Come lo chiamano gli uomini? Contatto casuale. Per una donna le casualità sono, alla stregua dei negativi dello sbarco in Normandia perduti chissà dove da Robert Capa, patrimonio dell’umanità, tutelate dall’unesco.
“Si.” E avrei voluto essere al mare, invece, al mare in inverno.
A colpo sicuro, mi hai guidata tra le corsie verso il reparto frutta e verdura. Gli uomini adulti sono una razza metodica in via di estinzione. Conoscono tutto ciò che credono di conoscere con una precisione svizzera. Hai passato una mano, quella mano lì che poco fa hai voluto sulla mia spalla, tra le lenticchie, facendole gracidare di piacere. La meraviglia tua è che non ti accorgi di essere sensuale anche quando mangi. “Che buone, le lenticchie.” Certo. ‘E sai cos’è certo, anche?’ Avrei dovuto chiederti. ‘Che questo capodanno non le mangeremo assieme, seduti di fianco come le persone che si amano. Non ho il tempo di amarti, presa dall’ansia di non perdermi nulla, nulla di te, neppure un centimetro, nemmeno un attimo di quello che ci resta.’
Ma sono stata zitta.
Allora mi hai guardata, eravamo all’altezza delle renette, perforandomi con lo sguardo che ti è capitato in sorte, azzurro come l’acqua della piscina comunale, e mi hai chiesto “C’è qualcosa che non va?” Il guaio dei tuoi occhi è che, proprio come l’acqua della piscina comunale, quando entri nella loro sfera di contatto poi ti bruciano i tuoi, e vorresti piangere ma ti riesce solo di stringerli, proteggerli con le palpebre, poi chiuderli, aspettando che l’assurdo dolore se ne vada.
Ho fatto segno di no con la testa. “Assolutamente. Anzi.” Mi sono rinchiusa in un mondo di se e ma e forse è il caso che rimaniamo amici, sai, parto e… e e e e quindi ad un certo punto mi sono anche detta ma si, via, che male può farmi immaginare? Ho immaginato di averti sopra di me con rabbia ad occhi aperti, e poi sotto in silenzio, dominato, poi ancora dietro di me, paziente, eccellente, divino, infine accanto, distrutto, felice. Mio. Ma poi, in quel momento lì, davanti alle renette, al supermercato, mi è venuta in mente una canzone di un gruppo di quelli sconosciuti che ascolta solo Patrizia, la mia amica più stretta, che dice ad un certo punto “light up the stage so we can all take off anywhere we'll never come back ever...”, illumina il palco, così ce ne possiamo andare dove vogliamo, non torneremo mai indietro, mai. Ecco, quel mai mi ha dato la forza di andarmene.
“Scusami, ma io non ce la faccio. Io non posso.” Una signora vestita di blu e bianco, sembrava una marinaretta cresciuta a discapito degli abiti, mi ha urtato il gomito e sono tornata di nuovo adulta, nessuno spazio all’immaginazione. Qualcuno una volta ha detto che la mia vita è una soap opera. Quel qualcuno non ha calcolato che nelle soap la gente piange per finta, mentre quelle lacrime erano vere, produzione propria. Giuro. Mi sono messa a piangere come una stupida. Tu mi hai afferrata per il collo e mi hai stretta forte, non ti credevo così paziente, eccellente, divino, caldo. Vivo. E il cuore ti batteva senza lasciare spazio alle pause, pianista pazzo che si trascina dietro il rullante nello stomaco e lo fa vibrare appena, appassionato da una sensazione di sorpresa, nuova. Se il corpo è musica allora sto suonando la tua sinfonia, adesso che piango mentre lo racconto a mia madre, e lei s’improvvisa non capire. Avrà un altro sguardo, il suo perché, un altro grado di secchezza dei palmi, ma esiste, ogni donna ne ha uno, e lo tradisce così bene da parere finta.
“Che succede piccola?” Hai detto, e non mi è sembrato corretto. Non davvero, non con quella voce che avrei voluto mi svegliasse, la notte, ogni notte, per domandarmi se sarebbe durato per sempre, noi. La risposta sarebbe stata si, per sempre. La mia. Naturale. Logico.
“Perché?” Ti ho chiesto tra i singhiozzi.
“Per comprare una zucca” Hai risposto, sorridendo, e mi hai fatta ridere, come al solito, senza parole.
“E domani?” Ho domandato, dopo un po’.
“E domani ci penseremo, Gloria. Domani decideremo che farcene, di domani.”Solenne, come se fosse una citazione.
E questo hai di bello. Hai vissuto di oggi fino a quando non mi hai salutata dalla scala mobile, a Malpensa. Tutti i tuoi oggi eravamo un po’ meno amici, un po’ più eterni.
Non mi hai mai baciata, non abbiamo mai fatto l’amore. Mi hai detto solo “Meritavamo di poter respirare assieme, meritavamo di meglio. Mi dispiace.”, eravamo all’aeroporto, stavi scegliendo un quotidiano per ingannare il tempo – ma il tempo non si lascia ingannare facilmente, e mi hai pensata, lo so, a lungo. E sei stato male anche tu, ti ho cercato da sempre, ne sono sicura- Ma io non mi merito nemmeno i tuoi lacci delle scarpe, fa niente, non ho saputo cosa diavolo risponderti. Che avresti voluto sentire? Ci incontriamo a Tampere a Natale? Sono nata che già aspettavo l’uomo in grado di darmi la festa il giorno della festa, non importa se tra undici mesi o due giorni, purchè prima o poi l’avesse fatto davvero. Ever, tradotto con ‘per sempre’.
Quell’uomo sei tu. Ma non ci sei.
Così adesso esco e sono patetica, struccata, in pigiama, fa freddo da morire, non mi ricordo di preciso i contorni del tuo sguardo azzurro ma so che il risotto di zucca era buonissimo, metto la prima e in un attimo raggiungo il tuo paese, non so nemmeno dove abitavi prima di ma non importa, me lo giro tutto, ingoio muco e saliva e non ho più lacrime anche se so che verranno da sole, le donne ne hanno una riserva che non finisce, mel’hai insegnato tu. Qualcuno passeggia il cane, qualcuno conduce una vita di certo meno tormentata della mia. Quel qualcuno ha avuto paura di viverla fino in fondo. Quel qualcuno sei anche tu. Il riscaldamento mi manda ai matti per cui lo spengo, abbasso tutti e quattro i finestrini e grido, grido quella canzone, quella che piace a me e ogni volta che la metto su Patrizia piange perciò non vuole che gliela copi, e dice “If everything could ever feel this real forever /If anything could ever be this good again/The only thing I'll ever ask of you /You've got to promise not to stop when I say”. La grido ma questo non mi fa sentire più vicina a te.
Non basta.
Così accosto. Questo momento va ricordato, è un fermo immagine. Mi raccolgo coi piedi sul sedile e le scarpe a terra, tra il freno e l’acceleratore. Sono decisamente rosse, non c’è che dire.
Le lacrime arrivano, benvenute.
‘Perché noi donne siamo sempre quelle che rimangono a casa?’ penso. Ed è un dolore che non ha nulla a che fare con nessuna soap opera, nessuna attricetta da quattro soldi innamorata per finta di un finto ragazzo meraviglioso. Questo siamo tu ed io. Questo mio vuoto enorme.
Noi possiamo essere piccoli e adulti assieme. Possiamo voler rispondere “Si!” e poi, semplicemente, farlo. Come se venisse naturale, quasi fosse logico. Possiamo. Se vogliamo.
04:08 Scritto da: judith2005 | Link permanente | Commenti (16) | Segnala | OKNOtizie |
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Commenti
già.. perchè rimaniamo sempre a casa, noi donne? e perchè a noi donne il fondo lacrime è inesauribile? e perchè sul più bello, nel momento che merita un primo piano da due minuti pieni, noi ce ne stiamo zitte, con le labbra congelate dalla paura? ma le scarpe rosse, non avevano poteri magici? in fondo, però, questa donna ci piace. mi piace. è giusta così, in una dignitosa contemplazione finale tra muco e lacrime salate. al diavolo le soap!
la sota(sosta) come minimo è ripetibile ;-)
a presto.
Scritto da: zoe | 25/08/2008
non leggo nel pensiero, no. è che certe vite sono piene di sguardi azzurri, di uomini che sanno esattamente cosa fare e di noi che non lo sappiamo per niente. di chi guarda i vuoti e di chi se ne va con i pieni.
Scritto da: honey | 27/08/2008
dopo tanto ripasso per lasciarti un saluto colorato e affettuoso..
Scritto da: roberto | 31/08/2008
:)
Scritto da: cieli | 05/09/2008
Come si può lasciare andare via un uomo se si ritiene che sia un "ever"? Come si può, se si hanno delle scarpe rosse? Nella soap non sarebbe accaduto. O forse si?
Scritto da: setteparole | 09/09/2008
in che senso? (mi sembra di dirlo già abbastanza cmq. pure troppo.)
Scritto da: honey | 10/09/2008
Adoro il traghetto. E tutto ciò che va per mare...
Scritto da: setteparole | 10/09/2008
bello. che vuoi sapere, cara?
Scritto da: honey | 11/09/2008
Wonderful.
Scritto da: billy dann | 13/09/2008
anche se sei sparita da un pò ti ho premiata come belblog. perchè sei grande a scrivere;) fatti sentire. ciao
Scritto da: DiveToBlue | 14/09/2008
sì, si può. basta che vogliano tutti. mia cara sister ju, sempre brava. mica mi dispiace di essere vissuto a roma. anzi. ho nostalgia della metropoli. sun on u
Scritto da: w | 15/09/2008
direi che gli uomini girano film (e fanno gli chef e gli amministratori delegati e i presidenti) perché quei limiti spesso non li vedono e li oltrepassano. noi no perché, al contrario, ci pensiamo troppo. sulle domande non sono d'accordo.. forse dipende dalle donne. per quanto mi riguarda, me ne faccio pure troppe.. (ma, in effetti, giro anche troppi film nella mia testa) ps bella la tua curiosità. domande, appunto hihihi. penserò alle risposte..
Scritto da: honey | 16/09/2008
E' che ti ci vedo tra i cavoletti di Bruxel e le melanzane con le tue scarpette rosse e il groppo in gola. E le sento quelle frasi, le ricordo e si fanno strada. Questa è la magia della tua scrittura. Evochi, prendi, frusti e fai sentire il sapore delle lacrime.
Scritto da: notimetolose | 18/09/2008
beato giancarlo giannini in travolti da un insolito destino con la melato, quello si che era un uomo giusto per la tua protagonista
Scritto da: Nonhodormitomai | 19/09/2008
No, non sei presuntuosa. Te lo meriti. Da sempre. Sai che ho sempre ammirato la tua scrittura, che ti ho sempre profondamente stimato. So che hai la caparbietà di chi si muove con la pancia, che ti lanci senza paracadute con la certezza che atterrerai su una frasca, ammaccata ma viva.Percorri la strada fino in fondo, avrai i piedi piagati ma la soddisfazione sarà grande. E se nel blog non trovi più stimoli, cercali altrove. Qui siamo sempre di passaggio. Ma ogni tanto, se ti ricordi, scrivimi ma soprattutto fammi leggere le tue parole. Come tu hai la necessità di scriverle io l'ho di leggerle.
Scritto da: notimetolose | 20/09/2008
Il tuo modo di esprimerti è viscerale e profondo
tornerò a leggerti
Sandra
Scritto da: fantasy277 | 24/09/2008
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